icona point sede
Via Giovanni Pierluigi da Palestrina, 42 - 06124 PERUGIA (PG)
digiuroc@hotmail.com
+39 320 7460045

Blog

Dipendenze affettive: come uscirne
4 marzo 2025
Le dipendenze affettive sono un problema sempre più diffuso nella società moderna. Si tratta dell’ incapacità di essere felici e soddisfatti senza la presenza di una persona specifica o di un rapporto . Le persone che soffrono di dipendenza affettiva sentono un bisogno insaziabile di attenzione, affetto, conferma e approvazione da parte degli altri. La mancanza di qualcuno che rimandi loro di essere importanti può generare un profondo senso di vuoto ed angoscia che li porta ad affidarsi alle cure di chiunque. E’ un disturbo che nel lungo periodo può portare a problematiche emotive e relazionali di non facile risoluzione. Chi soffre di questa patologia relazionale non riesce infatti a mantenere rapporti sani e duraturi , ma facilmente cade vittima di relazioni tossiche pur di avere qualcuno accanto . Questo accade perché sacrificano e rinunciano alle proprie esigenze e ai propri desideri per accattivarsi l’affetto e l’approvazione del partner o dei familiari. Le cause della dipendenza affettiva possono essere molteplici: una bassa autostima; insicurezza; bisogno viscerale di sentirsi accettati e considerati; la mancanza nella storia personale di figure di riferimento responsive e affidabili. Per superare questo aspetto della personalità disfunzionale è necessario individuare e affrontare le radici del problema che risiedono nell’insicurezza emotiva e nel senso di vuoto ad essa collegato. Inoltre un supporto psicologico può aiutare a sviluppare maggior consapevolezza e capacità di autogestione delle emozioni e dei pensieri disfunzionali. La tecnica EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) può rivelarsi molto utile per individuare il momento della crescita che ha decretato lo sviluppo di credenze errate e non ha permesso al bambino di costruire la propria autostima e trovare un senso di identità indipendente dalle relazioni con gli altri.
L'unicità di un figlio
4 marzo 2025
Il mestiere del genitore, diceva Freud, è un mestiere impossibile! Il genitore riesce a svolgere sufficientemente bene il suo ruolo educativo solo quando può ammettere questa impossibilità. Potremmo dire che un genitore sufficientemente buono è colui che, consapevole della fallibilità del suo ruolo e nonostante questo, riesce a trasformare il limite in una occasione per sviluppare un proprio intuito educativo. In altre parole è auspicabile essere genitori ‘passabili’ cioè capaci di rimanere eterni apprendisti senza la pretesa di essere perfetti, magari evitando di attenersi alle prescrizioni di un manuale e relazionandosi a un figlio come si fa con un elettrodomestico. Gli elettrodomestici si sa, obbediscono tutti agli stessi processi, mentre un figlio richiede a gran voce di essere guardato in modo unico , pena l’esclusione dalla scena relazionale. Bettelheim (1987) invita a pensare alla relazione genitore-figlio come una partita a scacchi in cui ‘il giocatore che cerca di seguire i suoi piani senza tener conto delle mosse dell’avversario , va incontro inevitabilmente alla sconfitta’ . Ciò significa che la partita che si gioca nell’educazione dei figli non può non tener conto dell’unicità di ognuno di loro, così come dello specifico rapporto che con loro si verrà a creare. Ecco perché i manuali che prescrivono come essere un bravo genitore in realtà non contengono mai informazioni del tutto utili. Come evitare le cattive compagnie, come scegliere il percorso di studi, come comportarsi con i capricci, quali giochi scegliere, come insegnare ad obbedire, cosa dire, cosa non dire.. Ogni volta che un genitore si attiene solo a consigli generalizzati senza portare niente di sé nella relazione, i figli colgono l’assenza di sforzo, di investimento creativo del genitore. Il sospetto di non esserne degni si insinua in ogni occasione di confronto portando sentimenti di sfiducia, sconforto o rabbia. Non c’è niente di peggio per un figlio che sentirsi uno tra tanti agli occhi di mamma e papà. Come psicologi assistiamo frequentemente all’utilizzo di modelli educativi narcisistici in cui i figli sono considerati per ciò di cui mancano piuttosto che per la loro ricchezza . Si tende a trascurarne desideri, attitudini e orientamenti. Si chiede loro di uniformarsi alle aspettative genitoriali supponendo che la strada che si è predisposta per il loro futuro (scuola, carriera, compagni..) sia la migliore possibile. J. Lacan riteneva che una funzione essenziale dell’essere genitore consista nel riconoscere al figlio una singolarità che gli permetta di accedere ai propri desideri senza sentirsi costretto ad aderire a quelli preconfezionati dalle figure di riferimento. Invece accade spesso che i figli arrivino in seduta ammutoliti, depredati della loro voce e disorientati rispetto al proprio essere nel mondo, proprio perché privati dell’entusiasmo di scoprirsi e incapaci di vedersi come esseri irripetibili. L’ imposizione della supremazia genitoriale può declinarsi in questi termini: scongiurare la crescita dei figli e la conquista della loro autonomia evita di sancire la fine della propria giovinezza.  Per uscire da questa spirale narcisistica può essere utile che il genitore riesca ad accedere ai vissuti che lo hanno abitato da bambino e poi da adolescente, quando doveva fare i conti lui stesso con quello sguardo adulto da cui si aspettava comprensione e sostegno. Poter recuperare l’esperienza di figlio permette di avvicinarsi con una consapevolezza nuova alla relazione e introdurre in questa uno sguardo più accogliente, accettando le difficoltà e l’ambivalenza che la crescita, naturalmente, comporta.
L'eterno Indeciso
4 marzo 2025
Ogni decisione comporta il sacrificio di qualcosa. Nell’atto di decidere una persona è chiamata sempre a scegliere, che si tratti di acquistare un capo d’abbigliamento o un altro, di frequentare un partner in modo esclusivo, di orientarsi verso un lavoro più gratificante o uno più remunerativo, di accostarsi ad una compagnia piuttosto che a un’altra; gli esempi sono infiniti.. Quello che è certo è che nella decisione è presente sempre una quota di rischio perché operare una scelta ci espone costantemente all’interrogativo ‘sarà la scelta giusta per me?’ . In alcune persone questo dubbio può diventare una vera e propria trappola che tiene in ostaggio il soggetto impossibilitato a prendere una direzione, scatenando difficoltà relazionali o blocchi a livello prestazionale . Come abbiamo visto e come sappiamo, le situazioni che ci inducono a dover decidere sono molteplici, dalle più leggere a quelle che determinano importanti cambiamenti di vita. In ognuna ciò che fa la differenza non è la situazione in sé quanto la percezione che il soggetto ha di se stesso e delle proprie risorse. Frequentemente coloro che sono vittime di un dubbio patologico evitano di decidere o delegano all’esterno . Dietro questa inibizione c’è la credenza che gli altri siano dotati del buon senso e della capacità di operare una scelta meglio di quanto non possano fare loro stessi. Paradossalmente questo modo statico di porsi alla vita , venendo meno alle proprie responsabilità (perché nella scelta c’è sempre un’assunzione di responsabilità!), non mette al riparo il soggetto dalla frustrazione. Al contrario, autoalimenta un senso di impotenza e una distorsione dell’ambiente esterno . ‘Gli altri’ vengono percepiti come virtuosi e degni di successo. L’io è messo sotto torchio da una voce interna persecutoria che riconferma la convinzione di non potercela fare. In questo circolo vizioso si attivano reazioni fisiologiche e psichiche disfunzionali che conducono sovente ad essere preda dell’angoscia e a sviluppare disturbi ansiosi, fobici, stati depressivi . La clinica psicoanalitica in questi casi interviene nella ricostruzione dell’identità del paziente. Si parte dai vissuti che hanno impedito la valorizzazione di sé e si ripercorrono a ritroso le relazioni disfunzionali implicate nel fallimento dei processi di narcisizzazione. Tale passaggio è necessario per disindentificarsi dalle istanze persecutorie che trattengono il paziente e gli impediscono di muoversi. L’obiettivo è quello di potersi rivolgere uno sguardo benevolente, accettando i propri limiti da un lato, promuovendo le proprie risorse dall’altro. Questo consente di raggiungere un nuovo equilibrio e poter pian piano aprirsi con coraggio ai ‘rischi’ che la vita ci propone.
Perché occorre l’analista per interpretare i sogni?
4 marzo 2025
Quanto spesso ci capita di fare sogni che ci lasciano una sensazione di straniamento? Vorremmo tenerne a mente tutti i dettagli e rimaniamo nel letto cercando di attribuire un senso alle immagini emerse nella notte, ma che , per quanto ci sforziamo, non sappiamo proprio come leggere; il sogno infatti avendo caratteristiche allucinatorie, ci rende estremamente ardua la possibilità di costruire una logica che abbia continuità con la realtà, siamo alle prese spesso con racconti nebulosi e popolati di personaggi che non è detto rappresentino persone note, oppure si tratta di persone conosciute ma portate in scena sotto altre sembianze. Il sogno lascia così tanti interrogativi che sentiamo l’urgenza di condividerne il contenuto con qualcuno.. L’aspettativa sottesa nel raccontare i nostri sogni più sconvolgenti, per nonsenso o perché carichi emotivamente, è che chi ci ascolta, a partire da una matassa ingarbugliata e pungente possa restituirci un filato morbido e libero da fastidiosi nodi. Purtroppo questa aspettativa è spesso delusa se non banalmente accontentata con interpretazioni da psicologia ingenua, tipo ‘hai sognato di fare l’amore con un uomo che non è il tuo compagno, è segno che ti manca qualcosa nella relazione di coppia’ oppure ‘hai sognato di fare un viaggio, si vede che sei troppo stressato e devi prenderti una pausa..’ C’è poi chi ci invita a consultare manuali in grado di darci tutte le risposte a partire da una simbologia condivisa come può essere la Smorfia. Nel 1899 Freud scriveva L’interpretazione dei sogni e ipotizzava che i sogni veicolassero un contenuto latente, cioè la soddisfazione di un desiderio reso inaccessibile alla coscienza perché dai contenuti aggressivi o sessuali, pertanto censurato. A partire da questa scoperta del padre della psicoanalisi, Il lavoro onirico diventa un’operazione dell’inconscio che permette al soggetto di soddisfare il proprio impulso sconveniente o riprovevole, mascherandolo in modo da non disturbare il sognatore. In quanto formazione dell’inconscio, il sogno è una produzione intimissima e soggettiva di chi lo fa. Due persone non faranno mai lo stesso identico sogno, perché il mondo onirico parla il linguaggio della nostra storia personale, dei nostri turbamenti e delle nostra affettività, non prende le mosse da significati universali e nessuno può svelarci a cosa si riferiscano azioni e personaggi della sua trama. Ma cosa succede nella stanza d’analisi quando portiamo un sogno? Prendendo in prestito un’immagine molto utilizzata in psicologia, possiamo considerare il contenuto onirico come un reticolo di fili aggrovigliati il cui bandolo risulta difficile da individuare. Raccontare un sogno, cioè organizzarne i contenuti frammentati in una trama ci consente in prima battuta di tessere la tela su cui poggeremo i nostri significati. Da parte sua lo psicoanalista essendo un professionista dell’inconscio, aiuta il paziente a decifrare il messaggio veicolato dal sogno, ascoltandolo con attenzione e senza proporre interpretazioni frettolose ma, attraverso domande e l’invito ad associare liberamente pensieri e suggestioni , lo aiuta ad allargare delicatamente la matassa onirica in modo da allentare il filo e rendere più agevole lo scioglimento dei nodi (Fosshage 1997). A questo punto il bandolo sarà visibile, potremo prenderlo tra le dita e con cura seguire il suo corso stando attenti a non tirarlo troppo né a lasciarlo andare, con pazienza e delicatezza, portare luce sui nostri Sogni.
Parlare di sesso con i figli
4 marzo 2025
Capita che, guardando la tv in famiglia, si incappi in scene di sesso dirette o allusive. I genitori, con grande imbarazzo, si affrettano a cambiare canale scambiandosi sguardi di vergogna come se sullo schermo ci fossero loro stessi. Il telecomando accorre in aiuto per trasferire l’attenzione dei figli altrove prima che possano rivolgere qualche domanda scomoda a cui mamma e papà non sono preparati. Che occasione mancata! I bambini cominciano ad interessarsi al proprio corpo sessuale a circa tre anni , quando scoprono la differenza con l’altro sesso, a volte ricorrono all’autoerotismo in tempi precoci (questo accade abbastanza frequentemente e non deve mettere in allarme facendo pensare ad un disagio psicoaffettivo). Fin da quando sono piccoli è bene che venga soddisfatta la loro curiosità sul sesso utilizzando un linguaggio a loro comprensibile in modo che non crescano con l’idea che si tratti di argomenti tabù da evitare accuratamente. Piuttosto il genitore dovrebbe cogliere ogni occasione gli dia l’opportunità di spiegare ai figli che il sesso fa parte della maturità , che i genitali possono procurare piacere e che al momento opportuno anche loro potranno sperimentare determinate sensazioni. Conoscere il proprio corpo è il primo passo per poterne gestire le pulsioni , conoscere le ‘regole del gioco’ e sviluppare la capacità di autodeterminazione e autodifesa nei confronti di chi vorrebbe piegare il bambino alle proprie voglie. Frequentemente i bambini sanno come nascono i figli e che si sviluppano nella pancia della mamma, ma raramente sono al corrente di come avviene l’accoppiamento. Non parlare di sesso o usare parole inventate per riferirsi ai genitali indica che c’è disagio , che c’è una landa nel pensiero e nel linguaggio in cui è proibito o comunque pericoloso addentrarsi, in questo modo i bambini sviluppano un senso di vergogna e di colpa se assecondano la loro curiosità in merito Il bambino infatti si approccia alla sessualità con la stessa curiosità e la voglia di esplorazione che lo impegna nella scoperta di altre faccende. Reagire in modo imbarazzato o, peggio, giudicare la sua naturale inclinazione alla conoscenza con rimproveri e atteggiamenti severi, può produrre dei blocchi che avranno ripercussioni sulla costruzione dell’immagine del proprio corpo o nelle relazioni sessuali adulte . E’ auspicabile invece raccogliere ogni loro sollecitazione per stabilire un clima di fiducia entro cui porre domande e ricevere risposte adeguate all’età. Anche quando le domande dei figli sulla sessualità dovessero sorprenderci è importante dire che al momento non si ha una risposta e tornare in un secondo tempo sull’argomento con le ‘idee’ più chiare. Può essere utile anche valutare il livello di conoscenza del figlio/figlia invitandolo a parlarne con domande tipo: ‘cosa conosci sull’argomento? Cosa ne pensi?’ In questo modo le nostre risposte saranno tarate sulle informazioni che il bambino possiede e su ciò che sembra voler sapere senza dire troppo, ma rispettando i suoi tempi. Laddove questo compito genitoriale incontri difficoltà, resistenze o ulteriori dubbi, attraverso l’aiuto di uno specialista, si potrà agevolmente affrontarne i nodi individuando punti critici e avviarsi a una serena e più consapevole comunicazione.
L’Attacco di Panico: come riconoscerlo e affrontarlo.
3 marzo 2025
L’ attacco di panico (DAP) è un disturbo drammaticamente diffuso nella nostra società e rientra tra i ‘nuovi sintomi del disagio psichico contemporaneo. L’esperienza del panico si presenta come un evento devastante che costringe il soggetto all’immobilismo, accompagnato dalla paralizzante sensazione che sia sopraggiunta la fine. Generalmente il disturbo si manifesta con improvvise alterazioni sia fisiche palpitazioni; tremore; sudorazione; difficoltà respiratorie; nausea che psichiche: terrore; preoccupazione immotivata; insonnia; difficoltà di concentrazione. Di fronte a questa minaccia si genera un sentimento di impotenza tale da indurre a sviluppare strategie di evitamento che rendono invalidante il normale svolgimento delle comuni attività quotidiane , come guidare o allontanarsi da casa (quando il disturbo evolve in agorafobia). Si tratta di un’irruzione improvvisa che priva il soggetto della capacità di controllo e imprime di nonsenso la realtà , trascinando via ogni certezza come un fiume in piena. Come afferma Recalcati nel suo libro L’uomo senza inconscio , “ una vita nel panico è in effetti una vita che fatica a trovare il suo senso” (pag 124). Nel tentativo di individuare il senso di quanto accade, Il paziente sarà impegnato a rintracciare l’origine fisica del disturbo , sottoponendosi a numerosi accertamenti ed esami clinici , quali elettrocardiogrammi, radiografie, elettroencefalogrammi, tac, risonanza magnetica, che risulteranno in genere negativi e produrranno un effetto rassicurante solo transitorio fino al ripresentarsi di un nuovo attacco. Nel periodo immediatamente successivo subentra una “crescente paura che la crisi possa ripresentarsi” , previsione che precipita il soggetto in uno stato di continua apprensione e di allerta , aumentando così il potere parassitario del disturbo che porterà ad evitare situazioni via via sempre più numerose. Nella prospettiva psicoanalitica Il corpo, investito dal sintomo, è chiamato ad esprimere un’angoscia troppo a lungo rimasta muta che a un tratto e prepotentemente richiede di essere ascoltata esplodendo in modo violento e pervasivo. In terapia sarà necessario disvelare il messaggio inconscio che questo grido vuole veicolare ed accompagnare il paziente, schiacciato dal peso del sintomo, a riappropriarsi della propria voce/vita e del proprio desiderio, rilanciando la possibilità di un cambiamento.
Share by: